Menu principale:
Non appare facile, a prima vista, parlare degli scritti di Roberta Cammisa, di questi tempi, in un'epoca cioè in cui "la gente non sa più parlar d'amore". La gente non parla più d'amore perché non lo prova, perché ne ha paura, ma soprattutto perché il linguaggio corrente manca delle parole per parlarne.
Le parole del linguaggio corrente sono adatte a descrivere la vita banale, non le vette e l'amore è una vetta.
Roberta Cammisa invece nei suoi scritti descrive "l'eccezione" quasi a conferma della regola.
Ella canta l'inno all'amore con molta enfasi e con stile libero, molto libero e sciolto, scorrevole.
Trasporta il lettore in un suo mondo pieno d'amore, fatto solo d'amore, anche se talvolta struggente. E si ripete frequentemente rendendo più comprensibili i suoi sentimenti e si ripete anche, così appare, per un migliore recepimento del messaggio ed una maggiore assimilazione dei concetti che ella propone con assoluta convinzione, tale da rendere partecipe il lettore che ha la sensazione di leggere cose e sentimenti reali.
E' evidente che Roberta Cammisa crede fermamente nell'amore e riesce a convincere il lettore e che soprattutto crede nell'immortalità dell'amore.
Ella descrive quei sentimenti con semplicità, con chiarezza con senso della realtà, non senza venature di tristezza, in momenti, sembra, di sofferta incertezza. Ma subito si riprende come ispirandosi a Dante, laddove pone sulle labbra di Francesca: "Amor che a nullo amato …".
E sembra anche che Roberta Cammisa si riporti a Carducci quando, rifacendosi ai cantori provenzali del XIII secolo, volle immortalare la pietosa storia di Giaufrè Rudel e di Melisendra, contessa di Tripoli.
"Contessa, che è mai la vita?"
E' l'ombra di un sogno fuggente.
La favola breve è finita.
Il vero immortale è l'amor".